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Recensione di Francesco Passadore in "Notiziario Bibliografico. Periodico della Giunta regionale del Veneto", 46, settembre 2004, p.47
Stefano Gobatti ha trascorso la sua vita ed è
morto nella più squallida miseria, sovvenuto da pochi amici, da qualche
ammiratore del suo ingegno e da quei pochissimi che ancora ricordavano il quarto
d'ora di onori e gloria accordatigli quando furono rappresentati I Goti di sua
composizione, nel 1873. Nel 1875 rappresentò la Luce che segnò un completo
insuccesso e nel 1881 Cordella passò tra l'indifferenza. Ultimamente compose
l'opera Macias (Massias) che non volle mai portare sulle scene. I dolori morali,
le amare delusioni, la lotta continua per la vita, l'avvilimento profondo in cui
l'avevano gettato tutti coloro che dopo averlo esaltato finirono per
dimenticarlo ed abbandonarlo, spezzarono la sua forte fibra". Così viene
riassunta la vicenda terrena del compositore Stefano Gobatti nell'apertura del
necrologio apparso, il giorno successivo alla sua scomparsa, sul "Corriere del
Polesine" del 18 dicembre 1913. Gobatti era nato a Bergamino (Rovigo) il 14
luglio 1852 e dal 1870 si era stabilito a Bologna. La sua carriera, in un epoca
in cui Verdi e Wagner erano i modelli melodrammalici imperanti, seguì un
percorso decisamente anomalo. La sua prima opera, I Goti, rappresentata al
Comunale di Bologna il 30 novembre 1873, ebbe un successo straordinario e
procurò fama e gloria insperate al giovanissimo compositore polesano. I critici
della più accreditate testate nazionali e il pubblico facevano a gara per
tessere le lodi del "novello" Verdi. Addirittura la "Gazzetta musicale di
Milano" riportò un articolo del periodico "II Trovatore", il cui critico, non
trovando aggettivi sufficientemente elogiativi per il capolavoro di Gobatti,
chiamava in causa la matematica per misurare il successo dell'opera. Il
recensore aveva calcolato infatti che, essendo stato Gobatti chiamato in scena
82 volte, la durata degli applausi ammontava a 4 ore e 6 minuti e che l'autore
aveva percorso in quella serata 9 chilometri e 84 metri (il tragitto
Milano-Monza), per accogliere il plauso del suo pubblico. Probabilmente mai
nella storia del melodramma si assistette a tali scene di isteria collettiva.
Tuttavia non tutti la pensavano allo stesso modo: lo stesso Verdi ebbe a
criticare aspramente l'opera e il suo autore di lì a qualche mese, i successivi
malanimi, invidie e giochi di potere musicale fecero sì che gli entusiastici
giudizi perdessero progressivamente il loro smalto, fino a far uscire di
repertorio I Goti nel volgere di poco più di un anno. La sua carriera visse poi
una fase irreparabilmente discendente: Luce ( 1875) e Cordella (1881) ebbero
accoglienze via via più tiepide. Infine, il Massias (1890) non venne mai
rappresentata per volontà dello stesso autore, ormai deluso dall'ambiente
musicale. La triste vicenda umana e artistica di Gobatti viene tracciata nel
volume (che celebra il 150° anniversario della nascita del compositore) da
Zaghini, Ferri e Verdi mediante la riproposizione di una miriade di articoli (ma
anche testimonianze epistolari e altre preziose fonti) apparsi sulle testate
musicali e non, nell'arco di quarant'anni. Un mosaico finemente allestito i cui
tasselli sono saldati da preziosi ed attenti commenti ed osservazioni, a loro
volta integrati da riferimenti epistolari, nel quale si rivivono le
rappresentazioni delle opere di Gobatti a Bologna, Parma, Roma, Torino, Firenze,
Padova e Milano, e la cui lettura è resa scorrevole proprio dalla sapiente
alternanza realizzata fra gli interventi degli autori e le testimonianze
giornalistiche.
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